La Fondazione racconta
Uno spettro musicale si aggira per l’Europa del primo Ottocento. È la musica di Rossini o, per meglio dire, il suo avatar, la sua emanazione disincarnata, uscita dai teatri e reinterpretata, riascoltata, variata. Gli evocatori di questa entità fantasmatica sono colleghi di Rossini, umili o più noti (Liszt, per dirne uno); i loro strumenti magici sono di tutti i tipi: bande militari, tastiere, flauti, violini, ensemble vari; a volte lo spettro si spinge nelle vie, nelle piazze, si contamina con la musica popolaresca; ma più spesso, invece degli antri delle streghe – e qui terminiamo la metafora –, i luoghi di elezione per fruire la musica di Rossini sono confortevoli case private della borghesia e dell’aristocrazia: dai palchi si finisce ad ascoltarla sulle sedie, per parafrasare il titolo di un libro di Carlida Steffan e Luca Zoppelli (Carocci, 2023).
Oggi quando pensiamo alle opere rossiniane pensiamo soprattutto al teatro (in specie al Rossini Opera Festival), ma non dovremmo mai dimenticare che in assenza di registrazioni, di siti e app dove poter raggiungere quasi ovunque tutta la musica che vogliamo, esistevano degli youtube d’epoca che rendevano Rossini esportabile fuori dalla sala teatrale. Uno di questi è stato sicuramente la chitarra: strumento antichissimo, che proprio tra Sette e Ottocento raggiunge un equilibrio apollineo tra maneggevolezza e versatilità di repertorio da eseguire. Dal suono riconoscibile e delicato, con un quid di esotico, la chitarra è perfetta per spazi più accoglienti, i salotti della capitale del mondo (per usare una definizione di Walter Benjamin), ossia Parigi. Lo sanno bene alcuni dei compositori che inondano il mercato. I primi che ci vengono in mente sono Fernando Sor e Mauro Giuliani, autore delle Rossiniane; ma non piccola importanza nella disseminazione hanno i virtuosi e didatti italiani, entrambi vissuti appunto a Parigi, Ferdinando Carulli (1770-1841) e Matteo Carcassi (1796-1853).
Proprio nell’anno in cui il Rossini Opera Festival torna a Parigi per i duecento anni del Siège de Corinthe, recarsi a un concerto dedicato alle loro trascrizioni chitarristiche è necessario complemento per comprendere la centralità di Gioachino Rossini nella Francia di quell’epoca, soggiogata dal compositore di Pesaro. Si aggiunga la rarissima esecuzione di questa musica (sinfonie, arie di danza) con l’accompagnamento di un pianoforte storico, impropriamente detto fortepiano, che con discrezione lascia alla chitarra lo spazio sonoro necessario. E infine, anche noi potremmo dire di Rossini, con Metastasio: «sentirlo replicar troppo ci piace». Il piacere fisico che ci comunica la musica rossiniana, che è musica prima di essere teatro, ma che è teatro anche quando è solo musica, lo ritroviamo intatto, qualunque sia il mezzo con cui ci raggiunge.
Daniele Carnini
Pubblicata il : 24 Giugno 2026

