La Fondazione Rossini racconta
Secondo un recente rapporto della Fondazione “Venezia capitale della sostenibilità”, reso noto nel novembre 2025, il numero di turisti che in un anno visitano la città lagunare è pari a circa 34.500.000. Nel percorrere i più tipici itinerari cittadini, gran parte di costoro si sarà certo trovata a passeggiare per Calle larga XXII marzo, ossia l’ultimo tratto del principale percorso tra la Galleria dell’Accademia e Piazza San Marco. Attratti dal luccichio dalle vetrine delle maggiori boutique internazionali che costellano questa strada, ben pochi avranno prestato attenzione ai nomi delle strette calli laterali che da questa si diramano. A circa metà ve n’è una che non dovrebbe passare inosservata ai cultori dell’opera in musica (e in particolare ai rossiniani che nel mese di agosto affollano Pesaro): Calle del Teatro San Moisè. In fondo a questa stretta viuzza, in quella che ancor oggi si chiama Corte del Teatro San Moisè, sorgeva infatti l’omonimo teatro, del quale oggi non resta che una lapide commemorativa. In questo teatro, nel novembre 1810, fece il suo debutto il diciottenne Gioachino Rossini, che nei successivi tre anni avrebbe composto per quella sala altri quattro lavori, tutti ascrivibili all’allora “nuovo” e fortunatissimo genere della farsa.
Ma cos’è propriamente una farsa? O, meglio, quale tipologia di spettacolo era identificata dal termine “farsa” nel periodo compreso tra l’ultimo decennio del secolo XVIII e i primi vent’anni del successivo? Una possibile risposta a questa domanda la si può trovare nel primo numero del Teatro moderno applaudito (1796), una raccolta di testi teatrali di successo, pubblicata mensilmente a Venezia. Vi si legge che la farsa altro non è che «una breve commedia, formata d’uno, o due atti […] la quale può appartenere tanto al nobile, quanto al medio, come al genere comico inferiore». Proprio questa pluralità di registri – elevato, medio e comico – la differenzia dalla farsa antica in cui «come dice l’enciclopedista Marmontel, tutte le regole della decenza, del verisimile e del buon senso vengono violate». La farsa, insomma, altro non è che un’opera in miniatura (quasi sempre in un atto), adatta a essere declinata sia in salsa sentimentale-patetica (ossia semiseria), sia comica, e talora buffonesca, per il cui allestimento sono necessari pochi interpreti (spesso senza bisogno di un coro, la cui funzione poteva essere agilmente surrogata da figuranti muti), limitate dotazioni sceniche, piccoli organici orchestrali. Persino a livello strutturale la farsa di quest’epoca presenta alcune caratteristiche convenzionali che ne sostanziano il carattere di opera in sedicesimo: incorniciata da due ampi pezzi d’assieme (introduzione e finale) una farsa si sviluppa tipicamente attraverso un intreccio di arie e duetti, al cui centro si staglia un ulteriore pezzo d’assieme, climax musicale e drammatico intermedio, e dunque equivalente per funzione a un finale centrale di un’opera in più atti.
Come già ricordato, Rossini si dedicò alla farsa tra il 1810 e il 1813 componendone cinque per il Teatro San Moisè di Venezia: quattro comiche (La cambiale di matrimonio, L’occasione fa il ladro, La scala di seta, Il signor Bruschino) e una semiseria-sentimentale (L’inganno felice); una sesta farsa (Adina, anch’essa di carattere sentimentale) vedrà la luce nel 1818, destinata all’esotico palcoscenico di Lisbona. La proposta del Rossini Opera Festival 2026, con gli allestimenti dell’Occasione fa il ladro e della Scala di seta, offrirà dunque l’opportunità di sperimentare un’offerta di spettacoli ideata sulla scorta delle stagioni del San Moisè di quegli anni, restituendo alla farsa quella centralità che negli anni a venire avrebbe fatalmente smarrito.
Andrea Malnati
Pubblicata il : 23 Marzo 2026
