La Fondazione racconta
Dal Siège de Corinthe all’Assedio di Corinto (e ritorno)
Siège o Assedio? Moïse et Pharaon o Mosè e Faraone? Guillaume o Guglielmo (fermo restando Tell)? Perché le opere di Rossini a Pesaro si fanno in francese e non in italiano, se il compositore è italiano e le abbiamo sentite tante volte in italiano? Marilyn Horne come Neocle, Nicola Rossi Lemeni come Mosè, Luciano Pavarotti come Arnoldo, hanno fatto la storia del canto, e tanti prima di loro.
Cominciamo col dire che Rossini ha progettato, pensato e composto queste opere (in alcuni casi, ricomposto) partendo dalle parole francesi (idem Verdi con Don Carlos). Viveva in Francia dal 1824, immerso nella lingua francese, finì i suoi giorni a Parigi; dentro di sé note e parole coincidevano. Se all’inizio si fece guidare dai madrelingua, ben prima dell’epoca del Tell (1829; Le Siège de Corinthe è del 1826) aveva ben presente ogni sfumatura del francese. Poi, naturalmente, Rossini sapeva che i suoi lavori avrebbero girato per il mondo in italiano. Intanto perché in Italia c’era fame di sue opere; e poi ovunque, da Rio de Janeiro a San Pietroburgo, si cantava in italiano. L’abitudine era (e, per certi versi, lo è ancora) più consolidata di quanto si pensi: in Italia, fino alla fine del Ventesimo secolo, le opere straniere – le poche – sono state rigorosamente tradotte. Peraltro, in versi.
Già, i versi. I poveri traduttori non solo dovevano tradurre le parole in modo da adattarle sotto le note, ma anche fornire una veste poetica che “reggesse” alla lettura. Di qui le acrobazie lessicali e metriche cui furono costretti, con l’inevitabile esito, peraltro, di usare forme ineleganti e in cui non sempre il senso delle parole corrisponde ai culmini musicali.
Per questo motivo solo vedere le opere di Rossini nella loro lingua originale restituisce tutta la ricchezza dell’invenzione del compositore. Non c’è da stupirsi se quella che era stata progettata come una semplice traduzione da Maometto secondo divenne poi, col Siège de Corinthe, tutta un’altra cosa. Anche le melodie rossiniane diventano altro, quando sono sottoposte a un sistema differente. La lingua è pensiero: se cambiamo la lingua, muta il pensiero. La Fondazione Rossini nelle sue edizioni critiche è molto attenta a rispettare le regole d’ingaggio della lingua in cui è scritta l’opera, e il Rossini Opera Festival con lei.
Ovviamente non esiste il giusto o lo sbagliato, perché siamo tutti soggetti alla storia e agli usi che cambiano. Il francese ha un sistema di fonazione e di accentazione molto diverso dall’italiano, lo sapevano bene i cantanti italiani o quelli abituati a cantare nella nostra lingua che, infatti, preferivano evitare il francese per mantenere la dizione chiara delle vocali e un’emissione più naturale (per loro). In un mercato frenetico come quello operistico, si dava al pubblico quello che voleva. Non bisogna criticarli.
Oggi però tutti i cantanti riescono a interpretare ruoli in due, tre, o più lingue diverse ed esistono persone specializzate per guidarli nella corretta pronuncia. Nei teatri si usano poi i sovratitoli. Su internet troviamo tutte le fonti. Chi padroneggia una lingua straniera sa quanta felicità dà muoversi in diversi ambienti linguistici. L’opera è viva perché parla tanti idiomi, dal ceco al russo, dal tedesco all’inglese allo spagnolo – a quello universale del teatro. E noi siamo doppiamente vivi insieme, e grazie, a lei.
Daniele Carnini
Pubblicata il : 22 Aprile 2026

