La Fondazione racconta
Venezia, 9 maggio 1812, Teatro San Moisè; la prima rappresentazione della Scala di seta è giunta alla scena xii. Sul palcoscenico Giulia, come ogni notte, si sta preparando a ricevere l’amato Dorvil: grazie a una scala calata dal balcone il giovane può infatti raggiungere in segreto la stanza della ragazza. Tuttavia gli eventi della giornata che sta per terminare hanno lasciato il segno nell’animo di Giulia; l’inatteso arrivo del pretendente Blansac e gli imprevisti risvolti che ne sono seguìti hanno profondamente turbato la ragazza. Forse per la prima volta Giulia teme che il suo legame con Dorvil possa essere scoperto dal tutore Dormont e che lo stesso Dorvil possa dubitare della sua sincerità. È questa la situazione drammatica in cui il librettista Giuseppe Foppa – e Rossini con lui – colloca l’aria di Giulia «Il mio ben sospiro e chiamo», culmine emotivo e sentimentale dell’intera vicenda, nonché pagina musicale impervia e di grande impegno interpretativo. Il coprotagonista è lo strumento (come si diceva allora) “concertante” o “obbligato”, che esprime i dubbi della giovane al di là di quello che dicono le parole; è uno strumento molto particolare, dal timbro scuro ma penetrante, “fratello maggiore” dell’oboe: il corno inglese.
Probabilmente non era questa la prima volta che Rossini si cimentava con la scrittura solistica per corno inglese. Lo potrebbe aver usato già nel 1811 nella cantata La morte di Didone, che però fu eseguita solo nel 1818, nella Venezia luogo di battesimo della Scala di seta. Quest’ultima opera fu dunque la prima apparizione pubblica del binomio Rossini-corno inglese, destinato a dare frutti numerosi: l’aria di Sofia «Ah donate il caro sposo» nel Signor Bruschino (Venezia, 1813), la cavatina di Amenaide «No, che il mori non è» in Tancredi (Venezia, 1813), l’aria di Ladislao «Giusto ciel che i mali miei» in Sigismondo (Venezia, 1814; brano successivamente ripreso in Adina), la cavatina di Ottone «Soffri la tua sventura» in Adelaide di Borgogna (Roma, 1817), la Gran Scena di Cristina «Arresta il colpo… arresta…» in Eduardo e Cristina (Venezia, 1819), il Gratias della Messa di Gloria (Napoli, 1820), il duettino Zelmira-Emma «Perché mi guardi e piangi» in Zelmira (Napoli, 1822).
Non sfuggirà che la maggior parte dei brani fu composta per opere che videro la luce a Venezia. Dal 1780 e fino a oltre la metà del secondo decennio del xix secolo, la città lagunare ospitò infatti a più riprese nelle orchestre dei suoi teatri alcuni membri della famiglia bergamasca Ferlendis, eccellenti virtuosi di corno inglese (e di oboe). Per Giuseppe (1755-1802), il capostipite, Wolfgang Amadeus Mozart scrisse il Concerto per oboe e orchestra K 314/217k; Giuseppe fu anche assai stimato da Michael Haydn e nel 1795 ebbe l’onore di esibirsi a Londra accanto al contrabbassista Domenico Dragonetti in un concerto di gala per il più illustre fratello di Michael, Franz Joseph. Oltre a suonare nei teatri, a Venezia i Ferlendis ebbero anche la possibilità di perfezionare dal punto di vista tecnico i loro strumenti in collaborazione con Andrea Fornari (1753-1831), noto costruttore di strumenti a fiato. Venezia divenne così la culla per lo sviluppo tecnico e compositivo del corno inglese in Italia.
Sebbene non siano ad oggi noti documenti che lo attestino, non possiamo escludere che, negli anni delle sue frequentazioni veneziane, Rossini possa aver fatto la conoscenza di qualche esponente della famiglia Ferlendis o di Fornari. Ad ogni modo è evidente come egli si dovette trovare immerso in questa particolarissima humus, di cui seppe sfruttare al meglio le potenzialità, ideando alcune pagine musicali che hanno fatto la storia di questo strumento, la cui voce inimitabile, dopo il fiume rossiniano, ritroveremo tra l’altro in Carmen, in Tristano e Isotta, e nel verdiano Otello.
Andrea Malnati
Pubblicata il : 21 Maggio 2026

