La Fondazione Rossini racconta
Ad onta di chi pensa che gli artisti non facciano politica, la politica e la storia sono sempre state presenti nel melodramma: gli eroi dei primordi ritraevano la società di corte, i sovrani di Metastasio educavano il pubblico e i re ai valori prioritari del Settecento, i guerrieri dell’opera del primo Ottocento continuavano sul palcoscenico le battaglie vere, mentre la borghesia si rispecchiava nelle trame dell’opera comica. Ma a un certo punto sulle tavole dei teatri irruppe la Storia, quella dei popoli: grandi affreschi in cui i conflitti dei personaggi si stagliavano senza mai perdere di vista lo sfondo. Le rappresentazioni di queste opere scaldarono gli animi e si posero all’unisono con le grandi rivoluzioni di metà Ottocento (1830-1831, 1848-1849) che sconvolsero la faccia del continente. È quello che sarà chiamato, nella Parigi dove nacque, il grand opéra: Meyerbeer, Auber, Donizetti, Verdi e Wagner ne scrissero esempi ancora oggi rimasti in repertorio, da Les Huguenots a Don Carlos. Quando comincia il grand opéra? Forse con La muette de Portici di Auber (1828), forse con Guillaume Tell di Rossini dell’anno successivo. Ma molti ne vedono la scaturigine nel Siège de Corinthe, rappresentata il 9 ottobre 1826.
Doveva essere un semplice adattamento di Maometto secondo: Rossini, nel dare il suo primo lavoro in lingua francese, da tutti atteso, aveva ritenuto di sfruttare un’opera in cui credeva molto ma che non aveva avuto circolazione dopo la sfortunata prima napoletana del 1820. Così, come ha mostrato l’edizione critica della Fondazione Rossini condotta da Damien Colas Gallet, Rossini passò ai copisti francesi l’autografo del suo Maometto secondo prescrivendo dapprima qualche semplice adattamento: via il ruolo en travesti, qualche semplificazione nelle voci, una redistribuzione dei ruoli per una nuova trama ambientata ancora nella Grecia minacciata dai Turchi, ma con i Greci di Corinto al posto dei Veneziani di Negroponte. Nel frattempo la lotta della Grecia contemporanea per l’indipendenza dall’Impero ottomano (per quella causa era morto due anni prima Lord Byron, celebrato da una cantata rossiniana), la consuetudine dei francesi verso uno spettacolo multimediale e più vasto possibile, la ricchezza dei mezzi corali scenici e strumentali a disposizione, l’acclimatamento del Pesarese nel paese dove era arrivato l’anno prima fecero dell’opera seria italiana, man mano che Rossini progrediva nella composizione, un nuovo contenitore di emozioni diverse. Sì, certo, rimanevano quelle private di Anna (ora Pamyra) e Maometto/Mahomet, oltre che di Calbo (ora Néoclès, passato da mezzosoprano a tenore); ma si ampliavano soprattutto quelle pubbliche: inni, danze (obbligatorie nell’opera seria francese), cori in contrasto, quadri ampi come non se ne erano visti prima, quale per esempio la benedizione degli stendardi da parte del sacerdote Hiéros prima della sfortunata battaglia finale, con la sensazionale marcia che la chiude prima che l’incendio inghiotta la città di Corinto. Gli esuli, greci e non solo, la stampa, il pubblico di quella che Walter Benjamin avrebbe chiamato la capitale del mondo ne decretarono il trionfo. Una nuova epoca nel teatro in musica europeo era nata.
Daniele Carnini
Pubblicata il : 21 Febbraio 2026
